Fucinead alla Milano Fashion Week
Cosa abbiamo visto, cosa ci ha colpito, cosa portiamo a casa in studio
Diario in prima persona dalla Milano Design Week 2026 — Salone del Mobile e Fuorisalone, 20–24 aprile.
Perché un racconto, e non l’ennesimo bilancio
Ogni anno, dopo la Design Week, escono decine di reportage che ti restituiscono i numeri, le installazioni più fotografate e le tendenze cromatiche del prossimo inverno. Sono utili, ma somigliano molto. Quest’anno ho deciso di raccontarvi la nostra Milano Design Week in modo diverso: cinque giorni in cui Milano si trasforma in un cantiere di idee, vissuti dall’interno, con la lente di chi progetta architetture e interni per i clienti di FAD — Fucine Architettura Design. Più che un bilancio, un diario di lavoro.
I numeri ufficiali del 2026, per dovere di cronaca, restano impressionanti: il Salone del Mobile. Milano ha chiuso con 316.342 presenze da 167 paesi (+4,5% sul 2025), 1.900 espositori da 32 paesi, 68% di operatori esteri. Il Fuorisalone, in città, ha mosso oltre 500.000 visitatori in 1.300 eventi distribuiti su 16 distretti, con un indotto di 255 milioni di euro (+14,7%). Un sistema che cresce, in un anno in cui l’export del mobile italiano è invece sceso del 13,1% nel solo gennaio. La fiera tira, l’industria fatica: il primo dato che mi sono portato a casa è qui.
Ma il punto, per noi, è un altro. Vediamo.
Lunedì 20 — Il rito apre la settimana: Kaldewei, Martinelli, Salvatori
Inizia in Corso Matteotti, dentro Palazzo Crespi, con l’apertura di Kaldewei. Tre parole sull’invito — Past. Now. Future. — e un portone neoclassico che si apre su uno spazio di marmi, archi a tutta altezza e un grande lucernario circolare. Il design del bagno trattato come architettura del rito. È il modello di Fuorisalone che amiamo: il contemporaneo che entra dal portone storico senza colonizzarlo. Le persone, in coda all’ingresso, fotografano la facciata prima ancora del prodotto. È giusto così.
Poi spostamento in Via Borgogna, da Martinelli Luce. Il titolo della collezione, Human Interaction, dice tutto. Quello che mi colpisce non è il singolo apparecchio — pure bello, sferico, con basi nere e vetri trasparenti — ma la performance curatoriale: il designer si presenta in un saio scuro, presenta una lampada-serpente luminosa contro un grande pannello blu, racconta. La lampada non è un oggetto, è una soglia. È quello che cerchiamo di portare in studio: il prodotto come pretesto di una relazione, non fine a sé stesso.
La giornata si chiude in Via Solferino, da Salvatori. Qui mi fermo a lungo. Il bagno è — letteralmente — una camera di marmo: pavimenti zebrati in fasce bianche e nere, specchi luminosi ovali integrati in pareti rigate orizzontali, mattonelle scolpite a coste che, viste in luce radente, diventano architettura sul pavimento. La materia torna a parlare per piani, ombre, ritmi. Esattamente l’opposto del marmo come “finitura” — il marmo come tempo lavorato.
Martedì 21
Salone (mattina), poi Lago e Alchymia in Durini
Mattina in Fiera, a Rho. Il Salone è enorme, e anche quest’anno nelle prime due ore si fa fatica a separare la materia dal rumore. Mi salvo grazie a tre cose: il SaloneSatellite, dove 700 designer under 35 da 43 paesi mostrano cose vere (uno stand pieno di maniglie disegnate dai grandi del Novecento — da Boma a Diana Damier — è una lezione gratuita di storia del design); il Salone Raritas firmato Formafantasma, primo riconoscimento ufficiale del collectible design dentro la fiera; il Salone Contract curato da OMA / Rem Koolhaas, che lavora — finalmente — sul contract come integrazione di sistemi e non come “linea hospitality”. È qui, secondo me, che il Salone sta riposizionando il suo asse.
Visito poi un padiglione che resterà nelle mie foto a lungo: una foresta a specchi, con alberi reali e divani a isole. Il prodotto sparisce, conta l’esperienza. Più avanti, un grande tavolo monolitico in travertino con bonsai: peso, tempo, dettaglio. Il letto Gianfranco Ferré Home, con cuscino in pelle scolpita e tessuti a spina di pesce, mi conferma una sensazione: il neutro assoluto è in ritirata, il comfort tattile è la nuova grammatica.
Sera in Via Durini. Apertura Lago al numero 5: due vetrine ad arco, cocktail di apertura, store/kitchen che si presenta come hub del distretto contract. Pochi metri più avanti, Alchymia al 7: davanti allo store una Ferrari rossa brandizzata “Alchymia”. È la cifra del fashion- e luxury-takeover che — non lo nascondo — mi mette in difficoltà. Il design come cornice del lifestyle, lo showroom come palcoscenico, il prodotto come pretesto. Ne parliamo a lungo, con i clienti che incontriamo. La domanda che ci portiamo via è netta: dove finisce il progetto e dove comincia la scenografia?
Mercoledì 22
Materia che torna: Florim, Flos
Mattina ancora in Fiera. Pomeriggio dedicato ai materiali, che è il punto su cui il 2026 ha alzato l’asticella in modo serio.
Da Florim, in Foro Buonaparte 14, l’installazione “Piazza Castello — Milano gentile” curata con Matteo Thun e Nicola Galliza. Le vetrate del piano nobile riempite di mattonelle verde oliva lucide, posate a opus incertum, colpiscono da fuori — il verde è uno dei colori-firma del 2026, finalmente sganciato dal solito ruolo di “natura”. Ma il momento che porto a casa è in cantina: un grande tavolo-campionario dove tre persone, dito sulla pietra, parlano di travertino, di marmi e di “ultra matte”. È il design 2026: si torna al tatto. La fotografia smette di vincere sul campione fisico.
Sera al cocktail party Flos, Corso Monforte 15. Tra le installazioni, mi resta in testa una: basamenti in calcestruzzo grezzo con globi di vetro illuminati sopra. Rovina e tecnologia. Industria e leggerezza. È una metafora di tutto quello che ho visto in cinque giorni: il design del 2026 non vuole essere “iconico”, vuole essere significante.
Giovedì 23
La giornata del Fuorisalone, dal sole alle chiese
Il giovedì lo dedico al Fuorisalone “puro”. Mattina al sole, in zona ville e giardini: l’aria della Design Week è quella di una città che usa il design come scusa per riaprirsi. Pomeriggio negli spazi più sperimentali, con un sopralluogo lungo in una cappella affrescata trasformata in salotto: divani, tappeti, piante, pubblico seduto sotto i fregi. È, probabilmente, l’immagine simbolo della mia settimana. Decontestualizzazione o riattivazione? È un crinale che il design milanese deve imparare a presidiare meglio. Una chiesa non è un padiglione. Né è una location.
In serata passo davanti all’installazione Dior, una parete vegetale fittissima con il logo dorato in mezzo. Fila lunga, gente entusiasta. È la fotografia perfetta del fashion takeover: Hermès, Prada, Gucci, Louis Vuitton, Bottega Veneta, Loro Piana hanno occupato spazi e attenzione in modo sempre più strutturale. Una parte della critica saluta questa contaminazione come una virtù (il design si fa cultura), un’altra come la conferma che il Salone non è più “del Mobile” ma del brand. La verità, come spesso, sta in mezzo: i contributi più seri sono arrivati da chi — penso a Prada Frames: In Sight curato da Formafantasma a Santa Maria delle Grazie — ha rinunciato alla logica commerciale e ha trasformato lo spazio in pensiero. Gli altri si sono comprati una scena.
Venerdì 24
Mutina, Poliform, True Design e il treno verso casa
Ultimo giorno, ritmo più lento. Mutina mi colpisce con un manifesto-tappeto a mani disegnate, una specie di indice dei propri designer (Hand of Suzanne, Daciuri, Karin Sako, Edition o-do-g…): un brand che si racconta come collettivo orizzontale, non come centrale di stile. È una direzione che condivido: il valore di un’azienda di design non è nella firma del singolo, ma nella coralità del suo catalogo.
Poliform in Foro Buonaparte: bagno scenografico, lavabo monolitico in legno scuro, brocca e bottiglia di vetro come contrappunto. Pochi gesti, peso e luce — la lezione dei grandi brand quando lavorano sul minimo. True Design chiude la mia giornata.
Stazione Milano Centrale, treno Italo, schermo con scritto “Top your safety, 24.04.2026“. La settimana finisce così: sui binari, con gli scarponi sporchi di Fiera, pieno di idee, pieno di domande.
Cosa portiamo in studio: tre lezioni, una direzione
Provo a sintetizzare, per noi e per chi ci segue, quello che la MDW 2026 ci consegna come materiale di lavoro per i prossimi mesi.
- La materia, e basta. Travertino, marmi, ceramiche con rilievi tattili, lacche, legni con grana visibile, polimeri biodegradabili presentati nelle mostre di ricerca (penso a The New State of Materials di Materially): il 2026 archivia definitivamente la corsa alla finitura “perfetta”. Vince la superficie che invecchia bene, che mostra il suo tempo. È quello che proviamo a fare quando, in studio, scegliamo un piano cottura in pietra grezza piuttosto che un effetto-pietra in laminato.
- Il colore come temperatura. Il neutro assoluto è in ritirata. Il 2026 spinge verso terre, ruggini, salvie, ocra, blu polverosi. Il verde oliva lucido di Florim è quasi un manifesto. Il colore non è più decorazione: è temperatura emotiva dell’ambiente. È un punto su cui ci troviamo molto.
- Il progetto come ospitalità. I momenti più forti che ho vissuto — Martinelli, Salvatori, Mutina, Flos — hanno tutti un denominatore comune: lo spazio è stato pensato come luogo di incontro, non come palcoscenico del prodotto. Il visitatore non è bersaglio, è ospite. Questa è la Milano del design che difenderemo.
E poi, da non sottovalutare, c’è il rovescio. Le code ovunque, gli affitti lievitati a +199%, il sospetto che l’evento abbia perso il senso della città in cui vive. Le voci più interessanti, in quest’edizione, sono state quelle di chi — penso al progetto Civicity nei quartieri periferici — ha provato a riportare il design fuori dal recinto del centro storico. Ci pensiamo.
Non scriviamo per dirvi che quest’anno il design “va così”. Scriviamo per dirvi che, in cinque giorni di Salone e Fuorisalone, abbiamo aggiornato il nostro modo di guardare la materia, lo spazio e la committenza. Il Salone, alla fine, è un grande specchio condensato: per uno studio come il nostro è il momento dell’anno in cui si verifica se stiamo lavorando bene o male. Esco da questa edizione con la sensazione che la direzione sia giusta: meno effetti speciali, più spessore, più tempo, più mani.
Il prossimo Salone, per noi, è già adesso, in studio.


